LA POP ART E LA "COMPLETEZZA CONTAGIOSA DELLE IMMAGINI" CON LA MACCHINA DI ANDY WARHOL
Parte prima
Estraendo dalla mia tesi...
Nel mondo delle arti visive il succedersi di molteplici tendenze mostrano esemplarmente che, in un mondo dominato dalle immagini e della loro simultaneità, di uno sviluppo che moltiplica all'infinito la loro produzione, la ricerca figurativa esce da se stessa, rispetto al suo operare.
La Pop art è considerata uno dei movimenti artistici più tipici degli anni sessanta americano, espresso nella sua area culturale dall'american life. Essa fu recepita prima dagli inglesi che, raccolti a Londra attorno all'Indipendence Group espresso dall'Institute of Contemporaney Art (di cui erano animatori gli architetti Alison e Peter Smitthson), già rivolgevano la loro attenzione verso un nuovo design industriale e anche verso la cultura della vita urbana di massa, quale la fotografia, il cinema, la fantascienza, la musica popolare e la pubblicità.
Lawrence Alloway, cui si attribuisce il primo uso dell'espressione Pop Art, nel 1954 scriverà nella rivista omonima di L.R. Lippard, N. Marmer, N. Calas queste parole:
"Troppo presto. Per di più il significato che io davo all'espressione non corrisponde a quello attuale. Io l'adoperavo insieme a pop culture, per riferirmi ai prodotti di media di massa, non alle opere d'arte che hanno per oggetto la cultura popolare".
La matrice pop è astratta, come lo sono per tradizione il collage e l'assemblage, in tesi dalle pratiche cubiste e dada, da porre alla base dei procedimenti pop.
La corrente americana si offre non tanto di cogliere del nuovo oggetto la sua connotazione kitsch o la forza degradante, bensì il significato del presente, cioè la necessità intrinseca all'interno della vita contemporane che conferiscono una loro dignità estetica.
Per Warhol si tratterà di dare una versione "ripetitiva e seriale", secondo le tecniche della pubblicità e dell'editoria, come la famosa minestra Campbell.
Quando a Warhol fu domandato "perchè Campbell" rispose:
Perchè mangiavo quella minestra. Ne ho mangiato ogni giorno, per una ventina di anni, credo, sempre la stessa. Qualcuno ha detto che la mia vita mi ha dominato. Questa idea mi piace. Avevo bisogno di vivere alle Waldorf Towerse, di mangiare un panino e un barattolo di minestra come quella del ristorante in Naked Lunk.
Cambiamenti che hanno investito il linguaggio, i rapporti tra le persone, i gusti e il costume sociale, ma anche la sfera del mondo ludico e quello sessuale. L'oggetto feticcio, come notò Warhol non ha valore, oppure è visto e vissuto nel pieno dell'estasi del suo valore.
Ogni immagine per Warhol in sè e al tempo stesso ha valore assoluto, quello di una figura da cui ogni desiderio trascendente si è ritirato, lasciando il posto solamente all'immanenza dell'immagine. E in tal senso essa è artificiale.
Warhol è il primo che introduce al feticismo moderno, al "transestetico", quello di un'immagine senza qualità, di una presenza senza desiderio. Il segno warholiano si potenzia perdendo la sua trascendenza, pur perdendo il significato naturale, ma risplendendo nel vuoto di tutta la sua luce artificiale.
La banalità, scrive Baudrilard, diventa nella Pop Art un criterio della salvezza estetica, il mezzo per esaltare la soggettività creatrice dell'artista. Essa dà il benservito all'utopia installandosi nel cuore di nessun luogo, mentre Warhol è lui stesso questo luogo nullo, attraversando lo spazio dell'avanguardia e portando improvvisamente a termine il ciclo dell'estetica. Laddove in macchina è ancora presente come meccanicità surrealista in Picabia e Duschamp o come nella macchinalità, realtà automatica del mondo moderno, Warhol, s'identifica semplicemente col macchinale, dà alle immagini la loro potenza contagiosa...