Friday, August 17, 2007













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" Lo spettacolo si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come una parte della società, e come strumento di unificazione. In quanto parte della società, esso è espressamente il settore che concentra ogni sguardo e ogni coscienza. Per il fatto stesso che questo settore è separato, è il luogo dell'inganno e dello sguardo e il centro della falsa coscienza; e l'unificazione che esso compie non è altro che un linguaggio ufficiale della separazione generalizzata".

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"Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini"

Guy Debord

La società dello spettacolo (1967)

Thursday, August 2, 2007


IL POSTO DELLE FRAGOLE
Mi aveva detto che aveva paura di morire in un giorno molto, molto assolato e posso solo sperare che fosse nuvoloso e abbia avuto il tempo che voleva.
Woody Allen
Il 30/07/07, si è spento Ingmar Bergman, maestro indiscusso del cinema e della cultura del nostro tempo. ll regista di Uppsala, ha caratterizzato e personalizzato il modo di fare cinema e teatro, mettendo in luce contenuti forti, profondi, ma troppo spesso semplificati dall'industrializzazione culturale. Nella società contemporanea è risultato un uomo a tratti scomodo, censurato in ogni forma possibile (soprattutto in Italia dove i suoi film, distribuiti dalle Sampaolo Audiovisivi, hanno subito più di un processo inspiegabile e alquanto triste con taglio di scene o cambio di dialoghi su traduzioni ben diverse).
Bergman con una peculiare regia, una fiabesca fotografia e dei soggetti forti, ha semplicemente raccontato la verità dell'individuo, entrando nei suoi processi interiori, per raccontarne un pensiero, una fobia, un sogno o un atto spontaneo.
Nell'isola di Faro, Ingmar Bergman ha chiuso gli occhi. Proprio ai piedi di quell'isola da dove ha accostato le porte alla sua amata Svezia, osservando la naturale bellezza dei pensieri e dei sogni, il segreto profumo delle fragole, simbolo della rarità e della purezza nell'immaginario scandinavo.
Passeggiando tra la bellezza naturalistica di una terra vergine, ha sempre osservato l'orizzonte di fronte a sè, ogni minima angolatura, rendendo magica la realtà e catturando demoni notturni.
Come da bambino, quando chiuso per punizione dentro uno sgabuzzino dal padre/pastore luterano, riusciva a fantasticare accendendo una piccola lampadina tascabile nel completo buio esorcizzando la paura, oppure in una situazione migliore, ovvero nei momenti in cui andava a visitare o trascorrere lunghi periodi dalla nonna in Dalecarlia, rivelatosi luogo della massima libertà interiore, di sicurezza e di conoscenza del proprio corpo.
In realtà non so cosa accadde. Se si vuole essere solenni si può dire che avevo trovato il mio paesaggio, la mia vera casa. Dissi a Sven Nykvist che volevo vivere su quell'isola per il resto dei miei giorni, volevo costruire una casa come sarebbe sorta nel fasullo film. Fu costruita tra il 1966 e il 1967.
Il mio legame con Faro ha cause diverse.
Prima di tutto vennero i segnali della mia intuizione: questo è il tuo paesaggio, Bergman. Corrisponde alle tue più intime idee sulle forme, le proporzioni, i colori, gli orizzonti, i suoni, i silenzi, le luci, i riflessi. Quì c'è la sicurezza. Non chiedere perchè le spiegazioni appaiono goffi sforzi razionali. Questa per esempio: nella tua professione vai in cerca di semplicità, proporzione, tensione, distensione, respiro. Il paesaggio di Faro ti da tutto questo con generosità.
Secondo motivo: devo avere un contrappeso sul teatro. Sulla spiaggia posso urlare, fare il diavolo a quattro. Al massimo vola via un gabbiano. Sul palcoscenico sarebbe una catastrofe.
Motivi sentimentali: dovrei appartarmi dal mondo, leggere i libri che non ho letto, meditare, purificare la mia anima. (Lanterna magica)
Nella storia del cinema Bergman è entrato con eleganza, sussurrando la verità di un mondo insicuro, doppio, incomunicabile, flagellato dalla peste di egocentrismo, dalla disgregazione dei rapporti sociali e dalle perversioni. Nelle pellicole dell'autore svedese, il mondo ha messo in scena se stesso con una maschera coprendone il volto, pronto a portare avanti la propria recita, altrimenti soffocata dalla certezza della realtà. Ma spesso il mondo è caduto nel suo surrogato.
I personaggi hanno interpretato silenzi assordanti, vuoti interiori, dubbi, paure e solitudine verso Dio. Ma anche espressioni forti, oniriche e profonde.
Bergman è un buon psicologo. I suoi meriti sono soprattutto frutto del suo intuito, della sua immaginazione, del suo sentimento. Ed in questo ambito che egli riesce a trovare un contatto con gli attori. Ha sempre molto timore di snaturare il dialogo o una scena, ed è in questo modo che riesce a far lavorare la fantasia degli attori, attorno alla loro parte, stimolando le loro facoltà migliori. Un film con lui spazza via un mucchio di grigiore e di abitudini. Un attore comincia così a riflettere su come si possa fare anche meglio.
Come persona Bergman è come una giornata di aprile in Svezia: la mattina splende il sole, la sera arriva la grandine. Ma forse ho fatto un ritratto un pò parziale..
Vorrei migliorarlo, dicendo che Bergman può essere paragonato a una bella terza giornata estiva. Aggiungendo che nutre sempre affetto per quelle persone che hanno lavorato a lungo con lui e so che si sente a suo agio con quegli attori di cui conosce le doti, esattamente dopo aver studiato con loro un lungo e serio prapporto di lavoro.
Gunnar Bjornstrand
Bergman nei suoi film ha tagliato lo spazio e il tempo facendone scomparire ogni primario ordine scientifico ed istituzionalizzato. Ci ha ipnotizzati, lasciandoci smarrire senza accorgercene, proprio dentro le vite dei suoi personaggi: tra i sogni di Isak Bork ne Il posto delle fragole (1957) o di Alexander in Fanny & Alexander (1982), così lontani tra loro ma appartenenti a quelli dell'autore, nel cinismo e nell'opportunismo del padre di Karin e Minus in Come in uno specchio (1960). E poi, nella forza interiore di Antonius Block che sfida la morte ne Il settimo sigillo (1956), oppure nel gioco autodistruttivo ed egocentrico delle coppie Peter e Katarina e Johan e Marianne in Scene di un matrimonio (1973). Nella solitudine di padre Thomas Eriksson e nel terrore ancestrale di Johans Persson in Luci d'inverno (1962), nelle ossessioni del pittore Johan e nella cupezza del barone von Merkens ne L'ora del lupo (1967).
Bergman si è stagliato nell'aria come pulviscolo aromatico, lasciandoci dentro il monologo finale di Alma in Persona (1966) e in un cinema così bello quanto irripoducibile, poichè semplicemente vissuto dentro. Ha immerso tutti noi nel "posto delle fragole", in una ricerca fragrante nella rarità dell cose...
Ciao maestro..
Alessandro Dionisi