Sunday, July 8, 2007
















































GOOD NIGHT, MISTER BUSH....
















Nel 1983, Claudio Caligari. raccontò la storia di un gruppo di tossicodipendenti nel quartiere di Ostia. Usciva nelle sale AMORE TOSSICO, interpretata da ragazzi immersi nel tunnel della droga, carcerati o in procinto di essere condannati dalla legge. Un film criticato aspramente dagli addetti ai lavori, ma sopratutto da registi (Marco Ferreri) che mal accettarono l'ingresso della pellicola al Festival di Venezia, nel quale vinse il PREMIO SPECIALE SEZIONE DE SICA.



Cinico, spietato, interpretato da attori presi per la strada tra i quartieri di Ostia, Caligari ha lavorato minuziosamente sopra un argomento forte, depistato dai media e deviato dall'informazione. Gli anni Ottanta rappresentano l'inizio di un processo di abbandono delle borgate romane e il loro isolamento. Sono anni dove evolve la spietata ipocrisia delle autorità pubbliche, pronte a discorrere su argomenti quali il "recupero" nelle campagne elettorali...

Alessandro Dionisi



Saturday, July 7, 2007




PERSONA( 1966)

In una freddo e spoglio ospedale, tra le vetrate livide e i muri chiari, è ricoverata Elisabeth, un'attrice tragica che durante le prove dell'Elettra di Sofocle, si è bloccata improvvisamente guardandosi impaurita, ponendo lo sguardo nel vuoto.
Il mutismo della giovane attrice desta i sospetti della Dottoressa che la tiene in cura. La sua ostinazione è così forzata e volontaria che arriverà a dirle, al momento del congedo dalla clinica ospedaliera e il proseguimento della cura con una giovane infermiera: " Vorrei sapere fino a che punto continuerai a recitare.."
In una accogliente e spaziosa casa al mare della Dottoressa, Elisabeth ed Alma ora dimorano. Quest'ultima è una giovane ragazza di venticinque anni che si è prefissa dei semplici obiettivi nella vita, pienamente soddisfatta di averne raggiunti alcuni e ottimista per gli altri.
Alma ed Elisabeth, capaci di trasformarsi in un'unica persona: attraverso il vampirismo degli sguardi, il silenzio della seconda e nell'iniziale stato inerme poi trasformato della prima. Ma anche nell'indispensabilità finale dell'una verso l'altra.
Persona: ovvero la storia di una foto tra le mani di Ingmar Bergman dove, descrive il regista, due giovani attrici così belle e così diverse, l'una accanto all'altra, potevano compenetrasi e raggiungere un'osmosi finale. Nell'immaginario di Bergman, una di loro doveva essere muta, l'altra loquace, attenta. Peculiarità del suo carattere: silenzioso nel teatro e nella solitudine, urlante sopra il set durante le prove di un film.
Persona cresce così, come la forza attrattiva, il magnetismo seducente di due ragazze diverse per interessi di vita e professionali, ma che hanno in comune l'aborto di un figlio. Alma, lo ha perso spontaneamente, Elisabeth per una decisione particolare (carriera o vita professionale).
C'è il caos, ma la maestria di Bergman lo rende scorrevole.
C'è il caos, poichè la sequenza iniziale ci fa capire che questo non è solamente un omaggio alla settima arte e al mondo interiore del regista. La sequenza iniziale è il La di un lungo processo di complementarità tra due persone apparentemente lontane.
Il caos si espande nella prima notte insonne, nel monologo forte di Alma e nella sua istintiva confessione. La giovane infermiera prima piangerà, poi cadrà sfinita sul letto. Dietro lei lo sguardo di Elisabeth calma le acque..
Uno sguardo protettivo, se pur concentrato su un unico obiettivo: difatti il risveglio di Alma è un aprire gli occhi e scorgere i raggi caldi del sole dopo una notte ad ascoltare tuoni tempestosi.
Questà è la magia dei tempi narrativi di Ingmar Bergman; questa è la magia/follia artistica di Elisabeth, ostentata e feroce nel portare avanti la sua recita, il suo dramma.
Ma queste informazioni le abbiamo grazie agli sguardi pulsionali ed attraenti che porteranno proprio in questa lunga notte per Alma a svelare i suoi più intimi segreti tra cui l'aborto spontaneo, avvenuto dopo un rapporto disinteressato con un ragazzo in spiaggia che l'ha portata al piacere, rimosso poi dalla continua vita razionale.
Da questo punto nasce una sfida, inizialmente arbitraria, voluta da Elisabeth.
La giovane attrice porterà alla provocazione estrema un'Alma inizialmente inerme, per continuare così la sua recita, altrimenti costretta ad interrompere.
Tutto ciò raggiunge il suo lapice quando lascerà intenzionalmente una lettera non chiusa da imbucare, diretta alla Dottoressa dell'ospedale che l'infermiera incuriosita leggerà. Alma scopre di essere schernita e, secondo le parole riportate da Elisabeth, da lei attratta, subordinata ai suoi capricci e capace di raccontarle tutti i suoi intimi segreti.
La reazione in Alma c'è: sia fisicamente (prima lascerà a terra un frammento di vetro, in modo che l'attrice possa reagire calpestandolo a piedi nudi, poi cercherà di buttarle dell'acqua bollente in viso. Proprio in questa circostanza sentiremo la voce di Elisabeth pronunciare: "No! sei pazza !") che verbalmente (l'accuserà di essersi presa in gioco di lei).
Ma il senso di colpa la percorre, così visibile mentre la rincorre e le porge infinite scuse, in quel lungo e straordinario Travelling.
E quì c'è lo snodo essenziale, il passaggio dei ruoli e delle maschere. Il vampiro non è più Elisabeth, ma Alma. E' nelle sue parole, quando le se avvicina mentre riposa e le sussurra: "Il tuo viso è flaccido, quando dormi, la tua bocca è gonfia e brutta. E hai in fronte una ruga cattiva. Odori di sonno e di pianto. Sul collo vedo pulsare una vena. E hai una cicatrice che nascondi col trucco".
Alma disturba nei sogni il sonno di Elisabeth, ipnotizza le sue reazioni, facendo l'amore con il marito non irresponsabilmente, ma con la passione e la giusta responsabilità.. Alma si sente Elisabeth. L'osmosi è completa, soprattutto chiara nella sequenza dove l'attrice tiene in mano una foto strappata del figlio e la giovene infermiera le parlerà, raccontando come sono avvenuti realmente i fatti che l'hanno portata a prendere la decisione dell'aborto. Elisabeth si è cibata di un' Alma consenziente. Ora è Alma pronta a descrivere le verità nascoste dietro una maschera. Alma ripeterà per tre volte il lungo discorso. Parlerà attraverso il suo impulso, attraverso quello di Elisabeth e nella completezza tra le due.
Alma, d'altronde, significa nutrice..
La straordinaria pellicola di Bergman è sostenuta dalle suggettistive interpretazioni di Liv Ulmann (Elisabeth Vogler) e Bibi Anderson (Alma) e sopratutto dalla sequenza iniziale, una delle più belle e suggestive della storia del cinema..
Alessandro Dionisi

Persona (1966) de Ingmar Bergman

Persona (1966) de Ingmar Bergman








Era il 1957, quando Ingmar Bergman scrisse un'opera meravigliosa, deliziosa nei suoi equilibri narrativi. Isak Borg, rivisita il suo "posto delle fragole", attraverso sogni ad occhi aperti , proiettandoci nella magia di un luogo esclusivo e privilegiato. Le fragole, in Svezia, sono il simbolo delle rarità e al contempo il rifugio segreto. Ingmar Bergman, negli anni vissuti in Dalecarlia (Svezia centrale), ovvero nel periodo in cui raggiunse la massima libertà interiore nella casa della nonna, improvvisava con lei storie magiche e cercava le fragole correndo e raccogliendole spesso ai bordi dei binari ferroviari. Lo scrive e ricorda in Lanterna magica (romanzo autobiografico, scritto nel 1986).

In questo poetico film, "il posto delle fragole" è il luogo che vorrebbe (ri)trovare, ma che ha perso. L'anziano dottore è condannato professionalmente e moralmente da altri sogni che lo investono pienamente. Sogni fatti ad occhi chiusi, nel regno dei morti.. Sogni dove il censore è una figura che lo stesso Isak conosce e soccorre durante il viaggio (Alman insieme alla moglie Berit)e si aggiunge a Marianne - nuora di Isak- e tre autostoppisti in viaggio per L'Italia (Sara, Anders, e Viktor).

Sogni dove verrà accusato di egocentrismo, indifferenza e mancanza di riguardo. Sogni dove verrà condannato scientificamente. Sogni dove rivedrà i suoi genitori salutarlo, così distanti nella vita reale.

Se Sara è l'amore giovane e perduto da Ingmar Bergman, Anders e Vicktor sono la commedia dell'ateo e del credente, una parodia dello scontro "spirito e scienza" nella Svezia borghese, capaci anch'essi di avvicinarci all'infanzia religiosa dell'autore, all'educazione subita secondo i principi luterani del "Peccato, Perdono, Punizione, Credenza", impostatagli dal padre. Negli anni il regista ha conosciuto le maschere indossate dai propri genitori: da un lato il padre Erik, un pastore che ha vissuto profondamente la chiesa, i suoi fedeli, al punto di sentirsi profondamente lacerato dalla vita fuori le mura della parrocchia. Già, poichè là fuori, incontrava l'inferno, la depressione. Per Bergman, il padre era un vero e proprio attore nel manifestare il suo credo. E poi la madre Karin, una donna seduta spesso accanto la scrivania, china sul suo diario a scrivere con una sottile penna stilografica. Una donna definita formale, distante dalle attenzioni verso il figlio e incapace di dargli risposte a semplici domande. Una madre, inoltre, così indefferente alla religione, atea e capace di mettere in atto il proprio doppio, tradendo il marito con uno studente di teologia, ma sempre attenta, diligente e buona organizzatrice delle mansioni di Erik, cappellano nella parrochia Hedving Eleonora a Stoccolma.

Ma non solo: Marianne è la moglie Evald, di un uomo che mette in scena le incertezze, la solitudine di Ingmar Bergman da giovane. In questo film si condensano dentro una giornata un'insieme di ricordi forti, di domande interiori, di dubbi e poesia. ll regista svedese taglia lo spazio e il tempo lasciandoci soli con lui, perduti nello "sdoppiarsi, mescolarsi e scindersi" dei personaggi di Strindberg, evocati nella delizia di questa pellicola..

Alessandro Dionisi