
" Fuori Vena" _ Milano fa bene alle braccia
L'incontro fra due generazioni punk
Pochi giorni fa ripensavo, ascoltando il brano "Trafitto" dei CCCP, ad un'autrice che circa un'anno fa ha stimolato il mio interesse di entrare nell'unica sala cinematografica che ospitasse il suo film, Fuori Vena. La grande città della cultura importa nelle grandi sale solo film d'alta produzione, di firme autorevoli o di coopruduzione con le televisioni, non accorgendosi che dietro a questo mondo fittizio e di finzione (esclusi i capolavori o film discreti), ci sono autori che camera alla mano descrivono esattamente la realtà che facciamo finta di vedere. Ma oggi i mezzi di comunicazione si sono resi conto che fare parodia alla controinformazione, dopo averla annullata, è la strategia migliore, affinchè l'individuo non pensi, o meglio, si superficializzi e si rivesta del colore delle strade nel centro della sua città. Nel mio caso parlo di Roma e non mi vergogno a sottolineare che nella città dove si è tenuto uno dei Festival del Cinema Internazionale più televisivi della storia avvenga tutto ciò. Qualche sala d'essai ci delizia di opere belle (Azzurro Scipioni; Groucho; parzialmente la Fandango), ma quante sono quelle che danno spazio agli autori emergenti ?
Pensavo a tutto questo ascoltando Giovanni Lindo Ferretti e davanti agli occhi Destroi di Isabella Santacroce. Il mio quasi un rito. Mi tornava in mente quel giorno davanti al Cinema Eden; la giornata soleggiata e un pochino fredda. E poi le signore che passeggiano davanti via Cola di Rienzo, il loro soffermarsi davanti alle vetrine più per essere ossessivamente presenti che per altro. Entrai dentro la sala.. Ed è bello riaccendere la luce dei ricordi..
Dentro si proiettva Fuori Vena, il primo lungometraggio di Tekla Taidelli. Non avevo grandissime aspettative, lo riconosco. Avevo il timore che si cadesse nel solo melange, oppure si enfatizzasse un "mondo" come nuovo, ma esistente da quasi trenta anni. Invece Tekla Taidelli ci ha presentato una storia vera (e questo non è poco), forte, dirigendola, interpretandola e mettendo in scena personaggi (veri) che non hanno minimamente eluso il mondo Punk dei centri sociali e dei raves.
La regista non si è dovuta arrampicare chissà su quale specchio per prendere il pennello migliore e dipingere un quadro che rispecchiasse la nostra generazione. Non ha dovuto rileggeresi riviste o ascoltare altre persone per costruire una realtà finta. Lo ha fatto nel modo più naturale: vivendola.
Nella sua pellicola ci sono due aspetti rilevanti. Tekla mette in risalto il conflitto interiore di cui è vittima una parte della generazione dei ventenni di estrazione borghese (da cui lei proviene) e che si rispecchia nel movimento Punk vivendo per strada, nelle case occupate o nei centri sociali. Ma ci mostra anche storie di ragazzi che, contrariamente, provenendo da famiglie meridionali meno agiate, si spostano nelle regioni del nord, nella "Milano da bere e nella Milano che fa bene alle braccia" vivendo in stati di emarginazione dentro una catena di montaggio; in quella città città dove risiede l' omino basso con qualche conflitto d'interesse sparso quà e là. La città della produzione (la sua facciata; la facciata attiva di un paese vecchio). Ma lo straordinario Zanna ci mostra che questo mito del lavoro garantito così dinamico ed in continua evoluzione, in realtà sia veramente una farsa. Una fiabesca invenzione per mettere in vetrina la brillante città del lavoro, dell'occupazione, della borsa e dell'economia che fluttua nel globo terrestre. La tv oggi ci fa vedere del capoluogo lombardo solo alcune maschere, ve ne accorgete comer il sottoscritto, o ancora meglio, come Tekla Taidelli ? (Ma d'altra parte possiamo scandalizzarci se della Sardegna ci vengono riferite solamente le avventure di Briatore e le corsette estive di Berlusconi, Fede e guardie private ?).
Verso quei ragazzi che se ne vanno dalle case, tra gli agi che una famiglia borghese gli offre, c'è da soffermarsi per un attimo. A volte bisognerebbe capire il modo con cui i genitori parlano, si "confidano" (come è ripetitivo oggi dire..) con i loro figli, soprattutto nella loro adolescenza (ma anche negli anni precedenti o successivi..).
La maggior parte di queste famiglie vive vorticosamente e vertiginosamente solo il mondo del lavoro e la carriera. Questo è il comune denominatore della cultura occidentale. Il mito del successo, quello dell'apparizione, porta il singolo personaggio ad essere solamente un narcisista aziendale, un uomo/donna in carriera, preoccuto del suo "'eternamente presente". Nelle case spesso il dialogo si mentiene nell'equilibrio della pura formalità, toccando argomenti apparentemente forti di questa società di creta, quali la scuola, l'università o la fidanzata/o. Dico apparentemente forti, perchè davanti a mezzi di informazione che ti sbattono in faccia e ti rumoreggiano nelle orecchie solamente il successo, l'erotismo e la seduzione, queste argomenti perdono ogni loro valore sentimentale. L'omicidio dei mass media, come ha sottolineato M. McLuhan , è un omicidio freddo !! Ma quello che personalmente mi imbarazza di più è la carta d'identità dell'educatore.. Già, perchè molti di loro conoscono il mondo delle droghe, come minimo ne sono informati: ma invece di affrontarlo, dialogando con i figli, fanno tranquillamente la cosa più semplice evitandolo o sorvolandolo. ( Magari alcuni simulano un veloce bisogno di andare al bagno, "acchittando"..) Molte persone grandi hanno vissuto il '68 ed anche i meravigliosi anni Ottanta. Sicuramente hanno avuto la fortuna di comprarsi un vinile fresco dei Sex Pistols o dei Clash. Nel banco affianco avevano magari una ragazza che si truccava come Siouxie o chi ruttava come Jonny Rotten. Non sono come i nostri nonni vissuti in anni diversi e peggiori. Oggi questi genitori rimuovono, parlano solo attraverso ricordi sbiaditi e sfibrati.
Le sequenze che mostrano questa lontananza si evincono nel dialogo tra padre e figlia (Tekla) dentro la macchina e durante il compleanno. Nella prima sequenza mentre la ragazza si stà tingendo i capelli color viola. E' tutto lì, in quella espressione del padre impotente, non sfinito fisicamente o moralmente, ma calato in un personaggio borghese che nella sua testa ha materializzato ogni forma di emozione, possiamo leggere la realtà. Il formalismo del padre mette alla luce i dialoghi pienamente riusciti da parte della regista. Nella seconda sequenza, quando si arriva sorridendo al quasi urlo : " Spegniamo le candeline ugualmente" , siamo ugualmente nel crudo, nel reale e nel suggestivo. Come nel reale ci troviamo durante la telefonata della madre dallo studio medico.
Al contrario è molto toccante la telefonata che Zanna riceve dalla propria di madre: qui diversamente si nota ul rapporto profondo, di sangue tra i due. Certamente difficile, ma spontaneo e non falso.
Vorrei elogiare una qualità di Tekla regista: innanzitutto molte soggettive ci hanno fatto entrare nella visione deformata di situazioni anfetaminiche. Il suo occhio è il nostro che la segue in diverse occasioni (vedi la corsa nel momento in cui percepisce che Zanna stava a "farsi" con gli amici). Poi i mezzi piani che non ci hanno mai allontanato dai personaggi e l'effetto Polaroid straordinari. Ma anche, e soprattutto, lo stile con cui ha alleggerito al momento opportuno altre due sequenze dove ha giocato con un surrealismo bizzarro: mentre dorme insieme a Zanna, proiettandoci nei sogni durante il sonno e la televendita onirica di un umorismo particolare !! E umoristica è la figura del nonno cieco a cui viene data da bere involontariamente la ketamina per un "viaggio" dove incontrerà delfini..
In questo film Tekla Taidelli ha preso la macchina da presa ed ha cominciato a girare a prescindere, mentre gli altri protagonisti sono personaggi veri che non hanno avuto bisogno di artifizi recitativi.
Il risultato più grande la regista, lo ha ottenuto riuscendo ad unire perfettamente due generazioni Punk (quella degli anni Ottanta e quella di oggi), attraverso la voce e i brani di un artista che in quegli anni ed oggi in Italia non ha eguali: Giovanni Lindo Ferretti e i suoi CCCP. Proprio quel grandissimo gruppo che nei primi anni della loro carriera giravano l'Emilia Romagna ed il resto dell'Italia con un furgone. Una volta arrivati nelle piazze e attaccato gli strumenti ai generatori per suonare, se ne fregavano di quanta gente stesse lì ad ascoltarli o a prenderli per i fondelli. La loro missione era quella di martellare Punk !!
Ascoltare Noia, Curami e Valium Tavor Serenase, entrate nel momento giusto al film, è stato più grande di un semplice piacere. Noia mi ha proiettato dietro negli anni quando piccolino vedevo i "punk grandi", quelli che "pogavano" al Uonna Club e i loro soprannomi sono "Pippo" o " gatto nero". Altri collage personali che si uniscono a quelli del film. E se oggi la società dello spettacolo, alimentata da frasi ridondanti e da poca memoria, prova piacere a rimuovere tutto ciò che è cultura, potrebbe fare del punk lo stesso giochino che le darebbe successo verso il pubblico: quello di una "bella" fiction o di un reality.... Un semplice modo per intrattenere il pubblico e svilire un movimento. Sarebbe la sola falsità, una falsità di cui Tekla Taidelli non è capace di costruire per un solo motivo: quella realtà la vive !! E non è poco...
Alessandro Dionisi