Tuesday, November 28, 2006

PILLOLE CINEMATOGRAFICHE

"Le Radical"

"Una nuova invenzione, che è certamente una delle cose più curiose della nostra epoca, è stata proiettata davanti a un pubblico di scienziati, di professori e di fotografi.
Si tratta della riproduzione, per proiezioni, di scene e di viste fotografiche con una serie di prove istantanee. Qualunque sia la scena cosìpresa e pur grande che sia il numero dellepersone così colte negli atti della loro vita, voi li rivedrete in grandezza naturale coi colori, la prospettiva,i cieli lontani, le strade, con tutta l'illusione della "vita reale"... Al nuovo apparecchio si è dato il nome un pò rigido di "cinematografo"

(Da un articolo intitolato "Il cinematografo: una meraviglia fotografica", pubblicato il 30/12/1895 sul giornale parigino "Le Radical" )

Renè Claire

" Ci si può domandare che cosa resterà di quì a trent'anni di quello che i nostri contemporanei chiamano il cinema. E di qui a trecento anni, quando Corneille non potrà contare tra i lettori un numero superiore di quello che ne ha oggi La Chanson de Roland, quando il nome di Charlie Chaplin non sarà citato che da qualche erudito ? Senza dubbio il nostro cinema ci apparirà allora come la forma primitiva di un mezzo d'espressione che ci è dfficile da immaginare, o, forse, il suo ricordo non sarà che una delle strane vestigia di una civiltà scmparsa.."

(Renè Claire: Reflexion Faite )

Friday, November 17, 2006


SCONTRI NEL MARE

".. Una storia. La nostra, una proverbiale storia che può andare avanti e credere a se stessa. Non importa quando, basta incunearsi fastidiosamente all'interno di quel cielo di cartapesta da presepe. Noi siamo dei sassi che rotolano sulla pelle della terra. La tua storia (il tuo presepe). La sua storia (il suo presepe). La nostra storia (il nostro presepe). Essere felici, seminare gioia iniziale facendola germogliare. Crescere all'interno di una serra. La plastica con il termometro delle passioni che di volta in volta sei tu (ragazza con il sangue di mercurio), è lui (ragazzo con lo spirito di mercurio), il caso e la paura che lo misurano. La paura. Un continuo avanti e indietro di percezioni, di sovrimpressioni senza guinzaglio che salgono sul corpo, fino alle spalle per poi scivolare, scomparire, annullarsi e poi ripartire. La paura è la frontiera immateriale, l'inaspettata divisione. Essa c'è, ma è invisibile. Pulviscolo nell'aria, rarefazione.
La paura è spesso la causa scatenante che tiene sorretta una storia d'amore, divisa tra controllo e attesa. Attesa di crescere. Attesa di credere. Attesa di attendere.. "
Continua...
Alessandro Dionisi
"Scontri nel mare"

".. E in mente ho ancora l'odore di sigarette. Le mie labbra secche. Un odore impregnato oramai sul muro. Una falsa suggestione. In quelle boccate si materializzava una nuvola di pensieri: la storia di una ragazza nel momento in cui cresceva, mentre osservava in silenzio, sognava e delicatamente si sfiorava tra le note di Headphones di Bjork. Per un attimo una risata mi rassicura. Mi guardo allo specchio. Gli occhi leggermente gonfi forse di sonno, forse di ricordi trattenuti. Sento le unghie conficcate nella carne, ma non provo dolore. Libero la tartaruga dalle mani, ora impegnate a cercare alcol da bere. Aria confusa in una nuova primavera, nata dalla consapevolezza di un naturale processo di eliminazione.
"Lei è quà falsità come radioattività".

I miei sogni in quegli anni attraversavano i mari. Le correnti gravitazionali sembravano per un istante superate. Spazio e tempo tra le mie mani, le sue, e di chi come noi opponeva barricate, narrando ideali tra i banchi di scuola, nei giorni in cui ci muovevamo a piccoli gruppi e consacravamo l'immaginazione con tanta fantasia, compatti tra i nostri abiti e gli incontri al bar S. Callisto, tutti a bere birre proletarie, mentre passavano amici della classe affianco o dello stesso palazzo..
I ragazzi biondi con le Converse "uguali ma diverse" da quelle indossate da noi del 3°C.
Persone con cui avremmo fatto, pochi giorni dopo, l'esame di stato e non ci saremmo incontrati più.
- Finalmente distanti dalle raccomandazioni dei loro genitori, pensavamo.
- Finalmente lontani dai loro futuri maleodoranti manuali e codici, sproloquaviamo.
Noi, la generazione che si sarebbe allantanata dai "cugini caporeparto frutta del supermercato di Via Fonteiana..
Tutti, in quelle strade, riuscivamo dalla primavera fino alla fine dell'estate a vedere e contare..
Meglio farlo lì, che farlo davanti o seduti al Pozzo, a bere l'aperitivo zuccheroso del pomeriggio, in quel bar dove Boccaccio e Dante vengono urlati come ultimo prezzo in un mercato prossimo alla chiusura quotidiana..
Laggiù vigeva la compostezza formale, la borsetta tenuta tra le mani di un braccio disteso, la bottiglietta d'acqua da 33cl e le gomme sempre pronte da masticare. L'importante è non avere il sapore accattivante in bocca..
Tanti personaggi. Avevo voglia di essere presente. Ossessivamente presente. Eccitare le persone. Essere tra i loro schifosissimi incontri inglesi da tè delle cinque pomeridiane; nei loro pensieri fluttuanti in uno spazio geometricamente perfetto, aritmetico, razionale. Tra rollate di pensieri, viaggi, amori andati in frantumo o falsità di confidenze perverse..."
Continua..
Alessandro Dionisi

Sunday, November 12, 2006




L'Azzurro Scipioni di Silvano Agosti

L'Azzurro Scipioni è un piccolo cinema d'essai che si staglia all'interno di un grande quartiere quale è Prati, sempre più somigliante ad una vetrina abbagliante, dove migliaia di persone lo percorrono durante la giornata, specchiandosi nelle entrate dei negozi, e cercando animosamente di battere allo sprint finale il concorrente per l'ultimo acquisto settimanale. Il quartiere Prati si eleva vicino al centro storico di Roma e come i suoi negozi, quando si fa sera, spenge i suoi interruttori.

L'Azzurro l'ho conosciuto quasi per caso. Sapevo che i cinema d'essai fossero vivi, ma nel frattempo vedevo, in questi anni, crescere le multisale, sempre più allargate a macchia d'olio nelle grandi città. Sfogliando la pagina spettacolo di più quotidiani e leggendo gli eventi nella città, mi accorsi con il tempo di un dato oramai certo: le sale artigianali, che non proiettassero film sulla cresta dell'onda ( dai prezzi non certo bassi), piano piano scomparivano, insieme alla memoria e alla cultura, di volta in volta pianificata da uno strato si catrame lucido, ripulito e pavimentato, laddove fiori di plastica si ergevano insieme alle patatine !

La multisala cominciava ad occupare le pagine dello spettacolo inserito all'interno dei quotidiani, ad esserne portatrici di nuovi valori, divulgtrici di un modo diverso di vedere un film. Si mostrava generatrice dell'evento nuovo per una cultura lustrata e corretta chirurgicamente, diventata con il trascorrere dei giorni, sempre più visiva, al punto di non accorgersi di tralasciare dettagli che non possono essere non osservati: e se nella sua economia di fondo cassa non interessano, dal mio punto di vista ( amante del cinema), sono importanti.

Partiamo: la multisala toglie il sapore, il gusto inebriante e ammaliante del film visto su grande schermo, poichè di solito prima di entrare in una delle 20 porte che ti attendono, devi passare tra una miraide di dogane commerciali. Ti vendono pop corn, coca cola, riviste, dvd, cd musicali, gelati, bambolotti, forbici per capelli e pinzette per sopracciglia. Non mi stupirei se tra pochissimi giorni trovassi un'agenzia immobiliare e un autosalone. Dopo aver svuotato, se ritieni necessario, il portafoglio, ti appresti a salire le benedette scale che ti condurranno a vedere il film desiderato da settimane. La multisala, astutamente, vuole farti visionare la pellicola con una nuova filosofia di rilassamento, in quanto tu, uomo gia stressato, alla fine ti poggerai sopra una vellutata e rossa poltrona, godendoti il tuo regista o la tua attrice preferita. Come se i tuoi pensieri e il corpo si distendessero in grande bagno turco. I mille orari interni ad una programmazione, dovrebbero facilitarti il tutto, ma non devi dimenticare di mettere in tasca la calcolatrice. Il tuo film potrebbe diventare il surrogato dell'happening pomeridiano.

In più, cari cinefili, bisogna sorbirsi tanta pubblicità come nelle tv, che sommate a tutti i prodotti fin qui elencati, ai sorrisi poco spontanei, rende il film uno spot da supermercato.

Per carità la multisala passa grandiosi film, ha le maggiori tecnologie sonore per catapultarti nell'immaginario. Aggiungo che tra ieri e giovedì ho visto The departed di Scorsese e La sconosciuta di Tornatore, due straordinarie pellicole (anche se devo dire che il film di Tornatore è perfetto fino alla sequenza finale, ovvero quando ci troviamo di fronte ad un lieto fine visto su migliaia di altri nastri..). Ma mi piacerebbe, essendo un sognatore, che le pellicole fossero accolte più timidamente, con rispetto verso la storia che questa meravigliosa arte ha. Il cinema non deve essere un' esclusiva trovata pubblicitaria, uno "spettacolo integrato", in mezzo a quello "diffuso" e quello "concentrato", per dirla alla Debord. Non deve terminare nella logica consumista e frivola della televisione. E' ovvio: al cinema non si va con il broncio e non si deve attendere cassieri, che oltre a fare il biglietto, ci spingano a calcioni dentro la sala. Però meno spot e più calore al film darebbe un tono fiabesco già perso da anni..

In un piccolo cinema d'essai tutto questo non avviene. Esiste una profonda ammirazione verso quegli autori che per più di un'ora ci narrano delle storie.

Le due sale dell'Azzurro Scipioni, hanno nomi che ti lasciano riflettere e ti portano dietro nel tempo, quando la pellicola in bianco e nero regalava suggestioni: Chaplin e Lumière. Se alzi gli occhi noterai tantissime riviste di cinema, teatro, arte, e tante poesie che allietano il pomeriggio da trascorrere in questa piccola isola incontaminata. E se tante volte non lo sapessi, scoprirai l'artista cretore di questo paradiso cinematografico, accorgendoti che è Silvano Agosti, un signore che nel panorama culturale e indipendente del nostro cinema ne sa qualcosa; come nel mondo dei romanzi. Silvano Agosti, ha lottato per il cinema italiano, ha fatto "cinema militante", mostrando a più riprese il suo dissenso verso la spettacolarizzazione a cui il mezzo cinematografico andava incontro. Ha coltivato e raccolto, vivendolo, un piccolo grande sogno all'interno di uno notturno: essere accompagnato da Chaplin in questa avventura. L'angelo Chaplin ha preso per mano Silvano, dandogli consigli affinchè il cinema rimenesse puro, partendo proprio dalle sue radici. Sogno e vitalità contraddistinguono la carriera di Agosti, ricca di esperienze che lo hanno fatto riflettere. Per esempio il non accettare la carriera di docente, quando vedi di fronte a te progetti e programmi che non hanno nulla a che vedere con il suo stile di vita. In effetti è vero: il cinema è esperienza che raccogli direttamente sul campo ed autori come Pasolini o Wenders ce lo insegnano.

Il cinema non è elaborazione. Il cinema immortala l'istante vissuto in una piccola o grande esperienza.

Se osserviamo i lavori fatti da Silvano Agosti, soprattutto quelli negli anni della contestazione, noteremo ancor più affermativamente tutto ciò. Silvano Agosti non è un accademico, ma uno spirito autoriale e soprattutto libero.

Dietro l'esemplare I Pugni in tasca(1965), non c'è solamente il lavoro di Bellocchio, Rulli e Petraglia, ma anche la sua esperienza. In Matti da Slegare (1975), c'è un lavoro straordinario, di risalto verso un caso non indifferente (soprattutto in quegli anni): l'emerginazione per tutte quelle persone che la sanità, definisce facilmente, e oserei aggiungere, "pazzi". Silvano Agosti ha sviscerato con maestria questa affermazione che stava diventando un banale luogo comune.

L'Azzurro Scipioni passa su pellicola grandi autori, omaggia capoavori del cinema. La prima volta entrando in sala vidi Un condannato a morte é fuggito di Bresson. Era l'estate più calda degli ultimi anni e percorrendo la zona di San Pietro/P.zza Risorgimento, vedevo solamente tanti turisti e pellegrini che si distribuivano in fila indiana prima di entrare dentro qualsiasi negozio. Sinceramente non avevo voglia di accodarmi, ed iniziai ad incamminarmi per vicoli e stradine secondarie pur di arrivare al più presto nella desiderata sala. La raggiunsi e già respiravo un'aria accogliente.

Da quel giorno ho conosciuto ed ho avuto la grande gioia di vedere proiettati film di autori come Fellini, Bunuel, I.Bergman, Bresson, W. Allen, Truffaut, Resnais, Kurosawa, Godard e Scorsese. Ma non solo:oltre alla visione di grandissimi autori, vengono proiettati film come nella multisala: esempio I segrreti di Brokeback mountain di Ang Lee o Belle Toujours di M. De Oliveira. Ma l'aria repirata è completamente diversa. E' sottointeso che all'Azzurro non vedrete mai "le vacanze in giro per il mondo" o le rincorse verso la propria amata di Muccino, ma sinceramente sono contento...

Alessandro Dionisi

Friday, November 10, 2006

Pillole di storia nel tempo e nello spazio


Le utopie sociali (marx su tuuti) guardano alla costituzione di un soggetto collettivo in grado di traghettare il mondo verso un flusso di libertà dalla penuria e verso un progresso civile.
Le tecnoutopie vedono nella prodigiosa accelerazione degli scambi delle merci, persone, notizie, idee e conoscenze, la condizione per un salto immediato verso una società fatta di individui liberi ed uguali, capace nel contempo di autogovernarsi grazie alla trasparenza comunicativa assicurata dalle nuove tecniche di comunicazione.
Nella prima metà del Novecento, le due guerre imperialiste sembrano chiudere definitivamente ogni orizzonte utopico, riconsegnando la tecnologia al ruolo di strumento di sterminio.
Ma dopo la seconda guerra mondiale, il confronto fra utopie sociali e tecnoutopie riparte: la sfida est-ovest fa sviluppare da una parte l'evoluzione tecnologica stimolata dai meccanismi del libero mercato, dall'altra il progresso guidato dalla macchina statale.
L'espressione delle tecnologie elettroniche, figlie dell'incubatore accelerato della ricerca bellica, configura un terreno di confronto totalmente nuovo: integrazione fra mezzi di comunicazione di massa e industria fordiste, infatti sbarra la strada ai sogni di libertà individuale e decentramento dello stesso campo occidentale.
Il modo di produzione fordista ha disegnato un modello sociale, culturale e politico fortemente integrato: concentrazione monopolista, gigantismo e burocratizzazione delle imprese, centralità dello stato come indicatore dei conflitti sociali e redistribuzione di reddito attraverso il sistema di welfare, cooptazione delle masse nel sistema di consumi attraverso le reti media broadcast, che
funzionano al tempo stesso da strumenti di mobilitazione e propaganda.
Questo modello orienta i flussi unidirezionalmente e attribuisce al monopolio su conoscenze, queste informazioni a una costellazione di "saperi esperti" ( giornalisti, scienziati, ingegneri, avvocati, manager).
Contro questa società gerarchica va ad impattare l'ondata di innovazioni culturali e tecnologiche che culminano con la rivoluzione digitale e il fenomeno di Internet.
Alessandro Dionisi

Thursday, November 9, 2006

"Pillole di storia nel tempo e nello spazio"

Nella sua Storia di utopia planetaria, Armand Matterland ricorda come l'economista A.T. Vandermonde avesse scritto nel 1795, che l'entrata in funzione del telegrafo ottico, rappresentasse una smentita della tesi di Rosseau, secondo cui:
"la nuova tecnologia offriva la possibilità di interagire a grandi distanze, rendendo la Francia rivoluzionaria, capace di rimpicciolire il proprio territorio; un grande popolo appariva in grado di scambiare e mettere a confronto le proprie opinioni analogamente a quanto avveniva nelle democrazie greche".
Quest'idea dell'esistenza di un rapporto di reciproca implicazione una proliferazione delle reti tecnologiche e propagazione dei principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, è per Matterland una costante della storia moderna dall'epoca dei lumi e delle rivoluzioni industriali, la vecchia utopia della costruzione di una grande famiglia umana sotto l'egida del cristianesimo che sembrava tramontata da quando le guerre di religione e la pace di Westfalia avevano diviso l'europa lungo i confini degli stati-nazione. Ora si ripresentava come tensione verso una "repubblica mercantile universale".
Nasce in questi anni un "immaginario cosmopolita" che, annota Matterland, si articola in due modelli: da un lato l'irridazione dei nuovi valori universali, dall'altro la centralità di tecnologie e di mercato..
Alessandro Dionisi

Monday, November 6, 2006

Pillole Cinematografiche

"Nel dicembre del 1895, Filoteo Alberini brevetta il kinetografo, macchina per la ripresa, la stampa e la proiezione di pellicola cinematografica. Dopo una serie di brevi proiezioni a carattere documentario lo stesso Alberini, nel 1905, fonda a Roma il primo teatro di posa, che più tardi diventerà la casa di produzione Cines, e gira La presa di Roma (1905), primo film di ambientazione storica, genere che in Italia avrà grande fortuna..".


"Nel 1897, fecero la loro apparizione i film di Georges Mèliés. Ricco direttore del Thèatre Robert Houdin e prestigiatore per vocazione, esperto di ogni trucco possibile sulla scena teatrale, Mèliés, dopo aver visto i primi film di Lumière, costruisce un grande teatro di posa nella proprietà di Montreuil, alle porte di Parigi, e gira una gran quantità di film in cui sperimenta l'applicazione di tutti i trucchi possibili nel nuovo mezzo di espressione. Sovrimpressioni, composizione fotografica, modellini, riprese attraverso un acquario sono i nuovi ingredienti che avvicinano il cinema alla dimensione che gli sarà propria..."

Giorgio De Vincenti, Andare al cinema. Artisti produttori e spettatori. Cent'anni di film

Sunday, November 5, 2006




Ritorno alla dolce vita ?

Sono passati circa quindici giorni dalla conclusione del primo Festival del Cinema di Roma, ed oggi, a mente fredda, scrivo piccole sensazioni di questo evento che ha coinvolto la città. Con una mini-troupe abbiamo girato un programma di due puntate dal titolo speranzoso, ma provocatorio: "Ritorno alla dolce vita?". Fin dalla partenza il dubbio era presente in tutti noi, e il punto interrogativo alla fine non era per puro abbbellimento.. Ovviamente il ricordo e la memoria ci hanno trasportato nella straordinaria, unica ed irripetibile pellicola di Federico Fellini, accompagnato da una fiabesca interpretazione di Marcello Mastroianni ed Yvonne Furneaux. Il pensiero ci ha fatti danzare tra le note musicali di Nino Rota e in un cinema che oggi non si fa più, soprattutto per il vuoto di idee e nella preparazioni accademiche. Ma quello che maggiormente interessava al sottoscritto, era vedere quanto Via Veneto suscitasse curiosità alle persone, se in alcune di esse tornava alla mente un film italiano che negli anni Sessanta ha fatto epoca, scalpore, ed è stato il lancio di nuove mode, costumi, mostrando l'altra facciata di un'Italia laica, mascherata da un esasperato bigottismo presente nella cultura, nella politica e nei mezzi che li rappresentavano.
In secondo luogo, mi interessava vedere quanto il comune desse importanza alla storia; quanto riuscisse a contrarre quasi mezzo secolo di tempo. Volevo semplicemente sognare con la gente. Tutto questo non si è verificato, visto che la maggior parte delle persone non ha memoria, o meglio, ha lati di ignoranza culturale incredibili. Molte persone con cui abbiamo dialogato, sono rimaste insensibili alla "dolce vita" e vedono questa città un centro culturale reale che si evince dalla serenità richiesta alla cultura stessa, al cinema ed a qualsiasi mezzo di comunicazione. Già, perchè quel che interessa maggiormente di Via Veneto è la sua nuova pavimentazione, il bel passeggiare pomeridiano e notturno. La gente chiede quiete, come se la cultura fosse stata finora una tormentosa tempesta, capace di spazzare via i palazzi del secolo XVIII del centro storico.
Ma ciò che mi ha maggiormente sbalordito sono state tutte quelle persone incapaci di avvertire un minimo cambiamento nei divertimenti degli anni Sessanta e quelli di oggi. Ho parlato con gente adulta, ragazzi si e no maggiorenni in quegli anni, presenti al primo tentativo di rivoluzione culturale mai verificatosi.
Non mi premeva tastare la temperatura cinematografica, diverso.. Mi piaceva osservare se le persone sono sensibilizzate agli eventi, oltre alla spettacolarizzazione dello stesso. Beh, la risposta l'ho avuta in un immagine desolante, ma nettamente palese.
A Largo Federico Fellini la piazzola è stata organizzata a semicerchio, con delle seggiole di tela bianca da regista, nelle quali dietro era scritto il nome di un grande autore del cinema. Al centro della piazza un grande schermo passava immagini e servizi d'epoca, dove comparivano volti di grandi attori, ecc..
Il primo sabato in cui siamo stati poche persone hanno partecipato al brindisi di serata. Qualcuno si sedeva nelle seggiole, mostrando ossessivamente d'esserci. La seconda settimana quelle seggiole erano completamente vuote e la gente passeggiava come tutti gli altri giorni per le strade adiacenti. Ancora il festival doveva finire e la gente lo aveva già rimosso: forse si era trovata li per caso e il sottoscritto si era creato troppe aspettative.
Dedico la "dolce vita" a chi ha memoria culturale, ma soprattutto, a quelle persone amanti di una cultura dinamica, fluida e dialettica. Non certamente a tutta la cultura standardizzata, pietrificata e oggigiorno lattiginosa: quella presente nella televisione dove oramai si è perduto anche il gusto di apparire....
Alessandro Dionisi